Mondo Abilità

Il Blog di Altravoce Onlus

La ricerca della felicità

L’altro giorno ho incontrato Paolo, una musicista che non vedevo da tanto tempo e dopo qualche chiacchiera, ci salutiamo: “Sii felice” mi dice come ultima cosa.

E’ bellissimo quando qualcuno ti regala un augurio del genere.

Raggiungere la felicità sembra essere l’obiettivo in ogni fase della vita: a 20, 30, 50, 70 anni, non fa differenza, vogliamo tutti essere felici. Ma la definizione di che cosa sia la felicità nessuno ce l’ha.

Ragionare intorno al tema della felicità non è facile sia che tu abbia una disabilità sia che tu non ce l’abbia.

Semplifichiamo un po’ e poniamoci alcune semplici domande.

Che cosa ti rende felice?

Solitamente cadiamo nel tranello di attribuire questo potere a un oggetto, a un bene (un auto o una casa) oppure a una persona, e crediamo di poter raggiungere uno stato di benessere permanente e immutabile. Ma questo significherebbe escludere la possibilità di sentirsi felici, perché portiamo al di fuori da noi stessi questo potere. Porsi in questo modo significa creare dipendenza da qualcosa o da qualcuno e immaginare uno stato che si protrae immutabile nel tempo.

Siamo fuori strada.

La domanda giusta potrebbe invece essere:

Quali sono quelle mie qualità che mi fanno sentire in equilibrio con me stesso?

Certo, per sviluppare le qualità personali, alcune condizioni di contesto sono importanti e, in primo luogo, è indispensabile sentirci accettati e amati (nella famiglia in cui viviamo, nei gruppi di persone che frequentiamo al lavoro o nella vita privata).

Le linee di una biografia possono aiutarci a riflettere sul tema.

Simona Atzori nel libro Cosa ti manca per essere felice? racconta il suo percorso partendo dalla consapevolezza che la dolcezza e l’amore incondizionato del padre e della madre sono sempre stati presenti nella sua vita.

Simona è nata con amelia degli arti superiori, non ha le braccia, ma afferma che i suoi genitori hanno avuto la capacità di accoglierla “non come un evento drammatico, ma semplicemente come un grande dono d’amore”.

Quali ostacoli ha dovuto allora affrontare Simona per sentirsi felice? Quali risorse ha trovato per non farsi fermare dalla sua disabilità? Quali punti di forza ha definito per costruire e realizzare progetti di vita proiettati nel mondo?

Tutto parte da un sogno. Che va curato, innaffiato e amato, poi frammentato in passi concretizzabili, umanizzato e spogliato della sua connotazione poetica per diventare reale. Uno dei miei obiettivi è proprio continuare a sognare: sogni piccoli, immensi, deliranti, colorati, soffici. Non è una grossa fatica: mi vengono centinaia di idee. Faccio lista su liste, i progetti mi si accatastano in testa”.

Sogno e realtà, questo è il binomio al centro della sua capacità progettuale.

Obiettivo #1: Non rinunciare a pensare in grande.

Obiettivo #2: Misurarsi con i singoli passi concreti che possono portarci ad agire e poi fare qualcosa.

Simona accoglie anche i propri limiti come un dato di fatto e da qui parte per trovare soluzioni adatte alle sue possibilità: proprio come accade nei percorsi di Musica Inclusiva Orchestrale di Altravoce, dedicati a bambini ragazzi con disabilità mentale (si, hai capito bene, ci teniamo a non dire “la musica per disabili” o altre connotazioni che possono privare il fatto di essere prima persone e poi avere una disabilità).

Ma torniamo a noi.

Simona ci confida:

Oltre non si può, c’è dentro la negazione di una possibilità, e io le negazioni le trasformo”.

E questa qualità l’ha appresa dall’esempio che sua madre le ha sempre dimostrato, anche quando Simona era una bambina in cerca di soluzioni creative: “Così no. Però così sì”, e le strizzava l’occhio.

Simona vive e gioca come tutti i bambini, adattandosi alle difficoltà perché, afferma,

spesso i limiti sono negli occhi di chi ci guarda”.

Infatti quando fin da quando è bambina, già dalla richiesta di iscrizione alla scuola d’infanzia, la suora dopo aver visto che Simona è senza le braccia dice alle madre: “Mi dispiace per l’insegnante che dovrà avere sua figlia a scuola”.

E questo è solo il primo di un lungo elenco dei tanti momenti di “visione distorta” da parte degli altri.

Alla piccola e forte Simona – però – basterà una mattinata in aula per rompere le barriere psicologiche degli adulti mostrando a quelle persone il suo modo di vivere: sin dall’infanzia Simona, nonostante la sua disabilità, ha sviluppato “magici piedini”. Sente la consistenza dei tappeti, afferra (con i piedi) i pastelli colorati e disegna; usa le posate per mangiare, dipinge, danza.

Crescendo, saranno danza, pittura e scrittura i linguaggi per raccontare il suo mondo: “danzare le grandi emozioni della vita e, poi, trasformarle in colori e forme” si dice spesso.

E poi: “Io posso scrivere: con la penna, con la matita, con il computer”.

La filosofia di vita di Simona è chiara:

Spesso i limiti non sono reali. Ce li poniamo noi, o ce li pongono gli altri e noi, semplicemente, lasciamo germogliare e crescere le idee di noi che ci trasmettono. Se non ci scrolliamo di dosso tutte le sovrastrutture e non ci concentriamo su quello che possiamo fare, siamo condannati alla sofferenza.”

Questa è la forza che le ha consentito di danzare a Roma per il Giubileo del 2000, di laurearsi in Arti Visive presso l’Università canadese di Western Ontario, di partecipare a mostre di pittura, di danzare nella cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Torino del 2006 e in tante altre importanti occasioni.

L’arte nelle sue varie forme – pittura, danza, musica (che come sai è quella che noi ad Altravoce amiamo di più – dà sapore alla vita, permette di esprimere e di vivere emozioni, comunica nuovi modi di intendere ciò che ci circonda e anche nella vita di una persona con disabilità può diventare il perno del suo felice realizzarsi.

Tutto facile per quella persona disabile? No.

E per quelli che le stanno intorno? Nemmeno.

Anche per Simona ci sono stati passaggi dolorosi:

  • durante l’infanzia, le lunghe permanenze in clinica per indossare protesi (che poi rifiuterà di usare);
  • durante l’adolescenza la necessità di portare un busto costrittivo poiché la sua schiena tendeva a deformarsi, e poi i lunghi e dolorosi mesi di immobilità fino al completamento dell’accrescimento scheletrico.

La sua diversità è visibile e attira gli sguardi: “Parecchi pensano che, dato che non ho le braccia, sia un loro diritto di fissarmi”.

Credo che la nostra civiltà non sia educata a percepire ciò che non rientra in canoni prestabiliti come un altro modo possibile: ha paura del diverso, oppure lo considera un errore, uno scarabocchio del quale può fare ciò che vuole, dall’alto della sua normalità”.

La felicità può essere anche modi diversi di vivere esperienze e di realizzare bellezza per sé e per gli altri: dipingere usando i piedi per guidare il pennello, danzare con i ballerini e le ballerine del Teatro della Scala animando la musica pur non avendo braccia e mani.

La persona disabile non è ai margini. La maggioranza di noi, che si autodefinisce “normale”, non ha sempre e necessariamente maggior valore. Questo ci riguarda da vicino, anche se non hai nessuno accanto a te, che sia disabile. E ci impegna ad adottare una visione che possa includere nei nostri pensieri e nelle nostre azioni, persone più fragili.

Perché le differenze sono un arricchimento nella vita di tutti noi.

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