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La solitudine dei numeri primi

Mattia e Alice: vicini ma non abbastanza.

Mattia pensava che lui e Alice erano così. Soli e perduti. Vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

Vicinanza e lontananza coesistono nel loro rapporto. Alice vive un difficile rapporto con il padre, a cui attribuisce la responsabilità di un incidente sui campi da sci quando era piccola, episodio che ha reso Alice “zoppa”. Questo “marchio” la accompagna durante l’adolescenza, facendola sentire diversa, isolata, maltrattata dalla compagna “di successo”. Subisce episodi di bullismo e non sa difendersi perché si sente inadeguata. Ha un difficile rapporto con il cibo, sviluppando un rifiuto anoressico.

L’incontro con Mattia

Alla scuola superiore incontra Mattia, anche lui chiuso e poco comunicativo. Mattia conserva un doloroso segreto che molto più tardi saprà rivelare con rabbia proprio ad Alice. La sua infanzia è stata accompagnata dal disagio di condividere casa e scuola con la sua gemella, Michela, affetta da grave disabilità, incapace di comunicare e di regolare i propri comportamenti. Toccava a Mattia essere responsabile della sorella, sempre, subendo anche lui il rifiuto dei compagni che non volevano condividere momenti di gioco e di svago con loro due.

E poi arrivano, come spessissimo accade, le “dannate” feste di compleanno che, nell’incontro tra bambini disabili e non disabili, purtroppo dividono perché l’inclusione non è naturale, perché è una cosa che andrebbe appresa: è così che Mattia bambino, invitato per la prima volta a una festa con la sorella, sceglie di andare da solo all’appuntamento, lasciando Michela seduta al parco. La bimba però non viene più ritrovata e il senso di colpa di Mattia sarà irrimediabile. Ne risentono i rapporti con la mamma e il papà e il senso di sé di Mattia che cresce infliggendo ferite fisiche al proprio corpo.

Quando incontra Alice si sente in bilico tra attrazione e rifiuto. Nulla è semplice nella vita dei due, e le soluzioni sono sempre un passo oltre: il loro disagio li ferma prima di trovare una pacificazione.

Durante la storia, Paolo Giordano, usa la matematica per farci raggiungere il cuore di Alice e Mattia.

I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi.

Ti senti diverso?

Sentirsi diversi rende difficile la socializzazione e, spesso, i coetanei sono crudeli: non hanno la pazienza di provare a capire, non sono educati all’empatia e non provano a mettersi nei panni dell’altro.

Come non essere sospettosi e solitari?

Mattia certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci.

Ognuno ha successo a suo modo

Mattia parla dei numeri primi, ma rappresenta ciò che sente nella sua vita. Eppure è diventato un adulto “di successo”, un “cervello in fuga”. È ricercatore universitario in una città del Nord Europa, risolve teoremi complessi, ma non supera il proprio isolamento, non riesce ad essere come tutti.

La storia ha un finale aperto. Michela potrebbe essere la donna che esce dall’ospedale accompagnata da un’anziana (la madre che l’ha trovata quando era sperduta e l’ha adottata?).

Alice sa trovare una sua dimensione: Con un po’ di fatica, sapeva alzarsi da sola.

Mattia ammira l’aurora del Nord e si avvia verso casa per affrontare una giornata come tante e a lui non serviva nient’altro. 

In conclusione, perché leggere La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano? Oppure preferisci guardare il film?

Il segreto è l’empatia

La storia narrata non regala facile ottimismo, ma d’altronde anche la vita non è poi così facile. Qui si parla di empatia: possiamo identificarci con i Alice e Mattia oppure semplicemente provare a capire il loro dolore.

Capire il dolore degli altri equivale ad allargare le proprie potenzialità.

L’empatia ci rende migliori, la condivisione migliora il clima della nostra vita, anche se non abbiamo una disabilità. Rifiuto ed esclusione danneggiano chi ne è vittima e anche chi agisce con disprezzo. Ascoltare l’altro, accogliere le sue gioie e il suo dolore, far emergere le nostre emozioni sono gesti che costruiscono la nostra felicità. Condividere significa vivere meglio.

 

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Rosanna Greco

Volontaria di Altravoce

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