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Il papà con sindrome di Down

Guardando un qualsiasi notiziario o leggendo qualche quotidiano, tutti noi siamo costantemente bombardati da notizie negative, in cui guerra, odio e morte la fanno da padroni. Se poi si parla della Siria, al centro da svariati anni di un sanguinario conflitto ammazza-civili, i pregiudizi scrivono la storia prima ancora che essa venga esposta. Ci sono però vicende che commuovono, anche se bisogna cercarle nei meandri del web per venirne a conoscenza.

La storia di Sader

Sader Issa è un giovane universitario in una facoltà odontoiatrica siriana, appassionato di cinema, sport – soprattutto nuoto e bodybuilding – e naturalmente con la tendenza ad uscire a divertirsi con i suoi amici. Fin qua, nulla di strano, direte voi. Qual è quindi la particolarità di questa storia? Il padre di Sader, Jad, è affetto dalla sindrome di Down, uno dei pochi fortunati uomini che – nonostante la condizione – sia stato in grado di avere figli. Solitamente infatti i maschi con Sindrome di Down hanno un’alta sterilità.

La cosa ancor più incredibile, se vogliamo, è che la madre non ha alcuna disabilità: <<con lui sia stato amore a prima vista>> afferma .

Possiamo dire che è un amore all’insegna dell’inclusione?

Amore oltre i pregiudizi

Questa famiglia è un esempio lampante ed incredibile di inclusione tra persone con disabilità e senza disabilità. Il signor Jad lavora 6 giorni alla settimana da ormai 25 anni in una fabbrica di grano, senza intrattenere rapporti particolari con il titolare, ma sudandosi e meritandosi il posto ogni giorno. Il fatto che sua moglie sia una casalinga dimostra ancor di più la normalità di questo nucleo famigliare, in un paese – la Siria – in cui la cultura patriarcale la fa ancora da padrona.

“Avere un padre con la Sindome di Down ha cambiato le mie relazioni in meglio. Molte persone guardano alla mia famiglia per ciò che mio padre ha conquistato. In quanto figlio cresciuto da un padre con la sindrome di Down, so benissimo quale grande sincerità abiti nel suo cuore, e so che cosa vuol dire per lui avere delle ambizioni per una vita decorosa.”

Questo è il pensiero di Sader, che cerca di contrastare con la sua storia il dilagante aborto selettivo, in cui le mamme possono scegliere di non dare alla luce il figlio se esso viene pre-diagnosticato con la Trisomia 21 (altro nome della sindrome di Down). Numeri alla mano, è una pratica che sta crescendo, soprattutto nei paesi più “sviluppati” del Nord Europa. In Norvegia vengono abortiti il 65% dei bambini con questa diagnosi, ma in Gran Bretagna si sale al 90%, in Spagna al 95% fino ad arrivare all’Islanda, con il 100% degli aborti a queste condizioni.

L’appello di questo ragazzo manifesta grande tristezza, perché in un Paese come la Siria, con innumerevoli problemi socio-politici, la vicenda della sua famiglia è uno scampolo di “diversa normalità” che prende il cuore di tutti i conoscenti.

Rispetto, non pietà

Nelle parole di Sader non c’è il benché minimo spazio per la pietà che normalmente spunta come muschio su vicende come questa. “Mio padre viene trattato con rispetto da tutti, come una qualsiasi persona” continua Issa, “Io sono orgoglioso di lui come lui lo è di me. Ad esempio, lo vedo raggiante ogni volta che descrive i miei studi da medico dentista, perché è come se dicesse “sì, ho la sindrome di Down, ma mio figlio sta studiando per occuparsi della salute delle persone”. Non una traccia di pietà. Solo semplice ma fantastica normalità, se così la vogliamo definire.

Oltretutto, Sader tiene moltissimo a condividere i messaggi positivi che le persone inviano a lui e alla sua famiglia per questa vicenda, perché significa che ha raggiunto il suo scopo di sensibilizzare la popolazione su tematiche “scomode” che si tende a non affrontare per “non offendere”.

شاب سوري يتحدث عن ابيه المصاب بمتلازمة داونوبعد ان اصبح طالب طب يتحدث عن فخره بأبيه هون بيخلص كل الحكي ❤️❤️

Pubblicato da ‎شكراً لطوق الياسمين‎ su Mercoledì 3 aprile 2019

Inclusione come occasione di crescita personale

Mi sembra ovvio che questioni come quella della famiglia Issa colpiscano chiunque ne venga a conoscenza, ovviamente non tutti con la stessa reazione, ma – come sempre in questi casi – la cosa peggiore sarebbe l’indifferenza.

Pensiamoci. Una donna senza disabilità, che avrebbe potuto scegliere un qualsiasi uomo, si innamora a prima vista di un uomo con la sindrome di Down.

Chi potrebbe mai prevedere una storia d’amore così?

Certamente l’amore non è sempre facile, basti pensare anche a quello raccontato nei “Promessi Sposi” di Manzoni o in “Romeo e Giulietta” di Shakespeare, ma questo va ben oltre i romanzi. Questa è inclusione pura, quello stesso carattere che Altravoce prova a diffondere nei genitori e nei ragazzi che ogni anno frequentano il centro, in cui si cerca di rendere possibile l’impossibile.

Pensandoci, se una donna in Siria ha scelto di praticare l’inclusione a tal punto da generare un figlio in maniera così istintiva,

perché non dovremmo riuscirci noi?

Altravoce esiste per questo, per sensibilizzare le persone affinché possano crescere assieme nella diversità, e accrescere il proprio bagaglio culturale, in compagnia di chi è stato messo davanti dalla vita ad un dilemma enorme:

“Posso essere capace anche io?”

Ora rileggete questo articolo e provate a rispondere.

 

Cristian Petenzi

Volontario di Altravoce

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