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The Last of Us: il videogioco per chi è anche disabile

L’industria videoludica è ormai una parte fondamentale della vita di milioni, se non miliardi, di persone. C’è da dire che dal 1947, anno del primo tentativo di sviluppo di videogioco (Cathode-ray tube amusement device), i progressi in fatto di complessità e varietà di tematiche sono quantomeno sensibili – come quanto visto in generale con la tecnologia. Un problema che purtroppo non è mai stato troppo affrontato è quello dell’inclusione del maggior numero possibile di giocatori. Ad esempio, in caso di difficoltà visive, uditive o motorie non ci sono troppe opzioni videoludiche che possano includere chi ne soffre. Qui però “entra in gioco” The Last of Us Parte II, kolossal della casa statunitense Naughty Dog.

Le 5 caratteristiche per aiutare chi è disabile

Uscito il 19 giugno 2020, è il sequel del celebre gioco del 2013 The Last of Us – e tratta argomenti delicati come amicizia, amore e morte in un’America post apocalittica – grazie alla storia di Joel e della piccola Ellie.

Ma perchè si parla di inclusione?

Questa è una mia esperienza personale. Appena inserito il disco, mi sono apparse su schermo addirittura 60 opzioni di aiuto per chi ha difficoltà motorie, visive o uditive.

Pensandoci, è la prima volta che vedo una tale cura nell’aiutare chi solitamente non può fruire dell’arte videoludica. Solitamente c’è la possibilità di aumentare il contrasto per chi è leggermente ipovedente o daltonico, ma una minuziosità e la varietà delle opzioni è incredibile.

Si passa dalla sintesi vocale dei testi del menu, contrasto elevato alla mira automatica e l’opzione di saltare alcuni enigmi per facilitare il gameplay a chi soffre di ipovisione.

Oppure, indicatori di pericolo su schermo per coloro che hanno difficoltà d’udito, che possono contare anche su sottotitoli molto più visibili dei dialoghi.

Ultimo ma non per importanza, la possibilità di facilitare al massimo i comandi sul joypad per coloro che hanno disabilità fisica, con visuale assistita se il gamer non riesce a coordinare i movimenti fini.

Una scelta ammirevole

Se ci pensiamo, la maggior parte dei giocatori di The Last of Us non ha assolutamente bisogno del 99% delle opzioni sopracitate, per non parlare di altre che ho omesso per comodità. Può spiegarlo meglio questo video di Everyeye.it.

La strada percorsa da Naughty Dog è sicuramente ammirevole, perchè sicuramente tutto questo è costato soldi e tempo per l’implementazione all’esperienza “standard”.

Eppure la casa non si è fatta scoraggiare dai costi:

per “democratizzare” la passione per i videogiochi, si è pensato di includere anche chi solitamente non può neanche pensare di godersi un momento di divertimento di questo tipo.

A volte, soprattutto in alcuni simulatori sportivi, ci sono opzioni per la semplificazione dei comandi, ma al livello di The Last of Us niente mai. La reazione di questo gamer ipovedente, appena apprese le possibilità di personalizzazione del titolo, parla da sé.

Steve Saylor, oltre che appassionato videogiocatore, è anche consulente per l’inclusività dei videogiochi. Vedere così tante possibilità lo ha lasciato di sasso, perchè “questo è il motivo per cui lui lavora”, incontrare la possibilità di giocare per il maggior numero di persone possibili, aldilà delle difficoltà o disabilità.

Microsoft e il controller adattivo

Nonostante la poca attenzione in generale a questo tema, anche Microsoft si è mostrata in passato sensibile a questi temi.

Infatti, l’azienda di Redmond ha sviluppato un controller totalmente adattivo per la propria console Xbox – dedicato a coloro che sono in una condizione di disabilità.

Si parla di parti totalmente smontabili e posizionabili ovunque sia più comodo per il giocatore, che così può usufruire a pieno dell’esperienza videoludica.

Divertimento per tutti!

Naturalmente noi ad Altravoce abbiamo una visione dell’inclusione che condivide al massimo i principi che Naughty Dog e Microsoft hanno dimostrato.

Anche se i costi sono maggiori – e quindi i profitti potenzialmente minori – è davvero importante che dei colossi abbiano dimostrato la propria sensibilità ad un tema troppo spesso sottovalutato.

Anche perché, piccole case potranno prendere esempio da queste grandi aziende virtuose per aumentare il divertimento per un numero sempre maggiore di persone. Che magari, attraverso The Last of Us o il videogioco in generale, potranno trovar modo di confrontarsi con i coetanei su trama e sensazioni che il titolo provoca – aumentando di conseguenza l’inclusione sociale.

A questo proposito, anche se l’ho appena iniziato, aggiungo il mio personale 10/10 alla critica già in visibilio per il kolossal, sulla fiducia verso la capacità di Naughty Dog di far restare i giocatori attaccati allo schermo. In un numero sempre maggiore.

Cristian Petenzi

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