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Mattia: come superare la disabilità acquisita

Di persone che sono diventate disabili a causa di un trauma, dovuto a incidenti o malattie, ahinoi – ce ne sono davvero troppe. Alcune le conosciamo perché rese famose dalle incredibili imprese, come Giusy Versace, Alex Zanardi, Simona Atzori, Amy Purdy, tanto per citarne alcune. Storie impossibili che raccontano di chi si è trovato a dover affrontare situazioni fuori dall’immaginario. Hanno conosciuto tragedie e dolori immensi. Sono state gettate al tappeto, dalla vita.

Poi però si sono rialzate, con altrettanta forza di volontà hanno riconfermato a loro stesse un’incrollabile voglia di vivere.

Chiunque al loro posto si sarebbe lasciato andare. Dai, diciamocelo:

quanti di noi sarebbero sprofondati nella disperazione al loro posto?

Ma con lo strumento forse più valido a disposizione dell’uomo – la fede – hanno reagito ad una sorte avversa; hanno vissuto una trasformazione che ha portato ad un cambiamento.

Per te che non hai una disabilità, entrare a contatto con queste storie ti permetterà di trovare la tua direzione. Sono esempi validissimi di come si può rispondere alla sfida degli eventi, varcando la soglia del successo.

Quella che racconteremo oggi è una storia di forza, coraggio, tenacia e determinazione che arriva da Fano, paese delle Marche.

La storia di Mattia

Mattia Negusanti è un carabiniere, la cui vita cambia repentinamente e radicalmente nel 2015, a soli trent’anni: mentre sta viaggiando sulla sua moto, un camion lo investe lasciandogli parecchi problemi. Inizialmente finisce in un coma irreversibile che dura dieci giorni, nei quali subisce addirittura tre estreme unzioni.

La sua tenacia però gli permette di svegliarsi e guardare la morte negli occhi, quasi a dire… “ho vinto io”: da lì una lunga riabilitazione, che lo ha portato a congedarsi dall’Arma e a trovare un posto da impiegato al Ministero della Difesa – dove pensava che sarebbe rimasto fermo ad una scrivania per tutta la vita a causa della paralisi al braccio sinistro che aveva riportato.

E come nelle favole a lieto fine ad un certo punto è apparso il “mago” che gli ha rivoluzionato di nuovo le prospettive.

“Nel mio primo giorno di lavoro al Ministero, ho incontrato il generale Marco Filoni, istruttore di volo, che mi ha chiesto se volevo andare con lui per un giro” racconta Negusanti. “Gli ho detto scherzando, occhio che se mi piace dopo mi tocca prendere il brevetto:

da lì è iniziato tutto.”

In quel volo di prova Mattia ha riscoperto la sua passione mai sopita per il mondo dell’aeronautica, tanto da entrare nell’aeroclub di Fano. Nella sua situazione i problemi principali ora erano sia fisici -perché ovviamente non sarebbe stato facile bypassare le sue difficoltà al braccio sinistro, sia psicologici – perché oltre alla disabilità tante persone lo hanno scoraggiato nel suo percorso, dicendogli che era impossibile.

Ma Mattia Negusanti non ci ha badato più di tanto: era già proiettato verso l’alto, precisamente a bordo di un ultraleggero.

Se nelle auto è ormai consuetudine fare modifiche per far sì che anche persone con disabilità fisica possano guidarle – anche ad alti livelli, solo ultimo Robert Kubica in Formula 1, che guida praticamente con un solo braccio a seguito di un grave incidente – negli aerei sarebbe stato ultra rivoluzionario un macchinario di modifica che avesse permesso all’ex carabiniere di coronare il suo sogno.

Ci ha pensato la ditta Aidro di Taino – paese nel varesotto – a realizzare l’impossibile: grazie alla tecnologia della stampa 3D, hanno realizzato un supporto che permette all’uomo di pilotare in piena autonomia, senza dover ricorrere a modifiche sostanziali nel velivolo – ma soltanto mettendo un supporto metallico a sostegno della barra di comando del gas motore, che unito ai comandi concentrati nel joystick della cloche principale sopperisce alla mancanza di sensibilità al braccio sinistro.

Niente barriere

La storia di Mattia Negusanti è quella di un uomo che avrebbe potuto tranquillamente adeguarsi ad una vita “in scatola”, senza cercare nulla di più da una sorte che lo aveva sfidato un po’ troppo. Ma non è così che l’essere umano è arrivato sulla Luna o scalato montagne di 8.000 metri senza bombole d’ossigeno. Diciamocelo. Qualunque sia la difficoltà:

Siamo ambiziosi per definizione.

Lottare fino all’ultimo per quello in cui si crede è importantissimo – e ci permette di vivere scostandoci da una mediocrità che ci darebbe forse sicurezza ma sostanziale insoddisfazione e inevitabili rimpianti.

Mattia dovrebbe essere preso come esempio per tutte le persone che sono rimaste disabili a causa di un trauma subito, perché dimostra che nulla è impossibile – e che la giusta mentalità ti porta letteralmente in cielo:

là, dove osano le aquile.

Cristian Petenzi e Fabio Dalceri

 

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