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Vivere alla massima velocità

L’uomo ha sempre provato un’attrazione particolare verso la velocità, liberatoria ed affascinante, pericolosa ma spettacolare. Sin dagli albori, il motorsport è sempre stato seguito con due mentalità quasi sempre contrapposte, ossia quella razionaleper la quale si va ad analizzare ogni singolo rischio, scoraggiando quasi la partecipazione a certi eventi – e quella irrazionale, che porta alla quasi sottovalutazione di ogni pericolo – per seguire il proprio cuore.

Non necessariamente però deve esserci una cosa o l’altra, il modo migliore per assistere alle gare o parteciparvi è seguire il proprio istinto, riuscendo ad essere consapevoli dei rischi che si corrono: gli incidenti sono sempre dietro l’angolo e il pericolo è alto, nonostante i sensibili progressi tecnologici.

Si guardi il caso di Anthony Hubert, ventiduenne francese, soltanto l’ultimo pilota di una lunga lista (nella quale figurano nomi importanti come Ayrton Senna e Gilles Villeneuve) a perdere la vita perseguendo il proprio sogno: andare sempre più veloce, superando ogni limite e assumendosi le responsabilità di ciò che potrebbe accadere. Tra l’altro, in questo incidente è rimasto coinvolto anche Juan Manuel Correa, giovane statunitense con origini ecuadoriane, che al momento è in coma indotto.

Con queste premesse ci si chiede spesso come facciano i piloti a fare ciò che fanno e rimanere concentrati consapevoli degli enormi rischi possibili,  affrontando indomiti certi tratti di pista dove altri hanno pagato caro un incidente.

Ebbene, la domanda dovrebbe estendersi a chi, a causa di un incidente, è rimasto disabile – ma non ha perso quell’irrazionale ma irresistibile voglia di velocità: ecco tre storie di coraggio, magari incoscienza, ma di passione pura.

Alex Zanardi, reinventarsi per continuare a vivere

La storia di Zanardi è incredibile: parla di tenacia, voglia di vivere, sportività allo stato puro e un pizzico di testardaggine. Nato nel 1966, il bolognese ebbe una buona carriera motoristica che lo portò, tra il 1991 e il 1999, a correre in Formula 1. Inoltre, ebbe parecchio successo negli USA, dove vinse due campionati della Formula CART, categoria che lo valorizzava molto.

Succede però che il destino a volte vuole essere beffardo e crudele. Durante una gara al Lausitzring nel 2001, venne centrato da un collega ad altissima velocità, perdendo di fatto gli arti inferiori che furono amputati.

Una botta del genere sarebbe difficilmente assimilabile per chiunque, figuriamoci per uno che ha fatto del motorsport la propria ragione di vita. Zanardi però non si arrende e inizia una “seconda carriera”, di fatto ormai  “superiore” alla prima, in cui riesce a reinventarsi come handbiker: 4 ori e 2 argenti paralimpici, 10 ori, 2 argenti e un bronzo mondiali) e continuando a seguire il brivido della velocità.

Con degli speciali comandi al volante, infatti, riesce ad essere efficace anche nella guida, tanto che nel 2002 riesce a percorrere qualche giro in una gara di Formula CART. Resta estremamente rimarcabile il suo successo nel campionato di Superturismo italiano nel 2005, solo quattro anni dopo l’incidente – vincendo tra l’altro una gara nel Mondiale Turismo.

Dopo sporadici successi negli anni successivi, alternati alla dominanza che esercita nel paraciclismo, nel 2019 è tornato a guidare nella 24h di Daytona, purtroppo deludente a causa di problemi tecnici, ma il video della sua preparazione è diventato virale.

Si vede, come di consuetudine, uno Zanardi a cui viene dato aiuto per allacciarsi la cintura, lasciando poi maggior spazio alla concentrazione pre-gara, ma si vede anche come lui stesso aiuti il compagno di squadra, riuscendo brillantemente a passare i test di sicurezza.

Comunque sia andata la competizione, è sicuro che per lui è stato un successo assoluto anche solo esserci, urlare a gran voce il proprio inno alla vita, che mai andrebbe sottovalutata per le infinite possibilità che offre a tutti noi.

Billy Monger, il coraggio e la passione

16 aprile 2017, Donington Park: inizia qui il percorso travagliato di Billy Monger, giovane speranza dell’automobilismo britannico, classe 1999. La gara di Formula 4 quel giorno si stava svolgendo sotto una fitta pioggia – e l’inglese era stato costretto ad una gara di rimonta. All’uscita di una curva, in piena accelerazione, si ritrova un collega stazionato sulla pista: l’impatto è violento ed inevitabile, si teme il peggio per lui.

Gli vengono amputate le gambe, come a Zanardi, con la differenza che Billy ha appena iniziato la sua carriera – e non vuole che tutto finisca così presto.

Meno di un anno dopo, con comandi simili a quelli di Alex, torna su una pista nella Formula 3 britannica, andando tra l’altro a podio nell’esordio assoluto in categoria, dopo quello spaventoso incidente. Questa storia attira le simpatie di gran parte dei campioni di Formula 1 su Billy Whizz, come ama farsi chiamare – e il suo caso raggiunge un grande livello mediatico: è arrivato persino a guidare una vettura della classe regina con comandi “speciali” in un test.

Dalla stagione 2018 in poi è pilota titolare nella Formula 3 europea – e si è dimostrato estremamente competitivo – superando quelli che sono i limiti posti dalla sua condizione e correndo alla pari con piloti normodotati.

Niccolò Tremolada, la volontà di insegnare

A differenza dei due piloti sopra citati, Niccolò Tremolada non è conosciuto ai più: è un 26enne che, dopo un incidente che lo ha costretto alla disabilità su una sedia a rotelle, ha deciso di mettere

la sua esperienza a servizio di chi non crede abbastanza in sé stesso.

Tremolada aveva una grande passione per le moto, ma dopo l’incidente non ha più potuto coltivare il suo sogno, rischiando di andare in depressione. E’ in questo momento che si avvicina al mondo dei kart e, con l’aiuto di un’azienda specializzata, è riuscito ad inserire i comandi di guida in modo da poterlo condurre in autonomia: insomma, un kart “inclusivo”.

“Mi piacerebbe competere in un vero campionato, ma servirebbe uno sponsor per coprire le altissime spese”, commenta lui, che intanto coltiva un sogno: costruire altri mezzi simili al suo per aiutare persone nella sua condizione a inseguire la passione per i motori.

“Il kart per me è stato uno psicologo: quando abbasso la visiera c’è solo la strada e nient’altro, tutti i problemi spariscono”,

continua Niccolò.

La testa comanda

Come abbiamo visto è da notare come l’estrazione sociale, il tipo di carriera e l’età siano fattori di poco conto; anche tra questi tre grandi piloti queste caratteristiche sono completamente diverse.

Il filo conduttore qui è soltanto uno:

la capacità di reinventarsi e rimettersi in gioco nonostante tutto e tutti,

“ereditando” quella testardaggine che solitamente è tipica di chi ha un  carattere da sportivo.

In qualsiasi ambito è possibile avere questo atteggiamento: tutto sta al voler tirar fuori la grinta al momento giusto, senza farsi abbattere da ciò che il destino riserva e andando oltre ogni limite possibile e immaginabile.

M°Cristian Petenzi

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