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Tra skatepark e Sala Papale, storie di un’inclusione non utopica

Ci sono tantissimi pregiudizi sui giovani al giorno d’oggi: dai mass media arrivano continuamente notizie negative che li riguardano, su come siano cresciuti deviati per colpa di videogiochi, tecnologia e musica violenta. Dagli USA però arriva una bellissima storia di riscatto sociale, che merita l’attenzione di più persone possibili.

Carter: Inclusione a base di skate

Carter Bruynell è un bambino autistico, che stava festeggiando il suo quinto compleanno nello skatepark della sua città insieme alla madre, Kristen Braconi. Ad un certo punto, si avvicina un gruppo di ragazzi delle scuole medie, di circa tredici anni – ed è qui che arriva la sorpresa: appena scoprono che è il compleanno di Carter iniziano a cantare per lui – e gli insegnano ad andare con lo skate. Alla mamma sembra un miracolo: il figlio è sempre stato molto restio a stare con altre persone, figurarsi se poi appena conosciute e molto più grandi.

Il piccolo però capisce subito che i ragazzi non vogliono fargli del male e che anzi, vogliono diventare suoi amici per giocare insieme – e quindi si lascia andare – battendo il “cinque” a profusione e persino arrivando ad abbracciare alcuni di loro.

“Ero scioccata, sono così contenta di vedere che c’è ancora gentilezza nel mondo.. tutto quello che volevo era un bel compleanno per Carter”

dichiara Kristen, che poi continua “lo hanno fatto sentire speciale – e quando hanno iniziato a cantargli “Tanti Auguri” mi hanno davvero commosso”.

Gavin Mabes, il primo ragazzo ad arrivare al parco quel giorno, dice che il tutto è iniziato in modo estremamente naturale, poiché Carter stava scendendo da una rampa col monopattino e lui gli ha dato semplicemente dei consigli per non cadere. Poi da cosa nasce cosa – e così hanno regalato una festa indimenticabile ad un bambino che tra i mille giorni difficili ha potuto vivere dei momenti fantastici in compagnia di questi nuovi amici.

E’ capitato tra l’altro che Carter incontrasse ancora Gavin e il suo gruppo, sintomo che l’amicizia che ormai si era creata aveva attecchito anche con la diffidenza del piccolo.

Un riconoscimento più che meritato

Il Luogotenente della Polizia Gene Rickle si è mostrato visibilmente commosso non appena appreso della notizia, così si è complimentato sinceramente con tutti i ragazzi, organizzando loro una festa a base di pizza e soprattutto assegnando loro delle particolari medaglie al valore.

“E’ sempre molto bello vedere come dei membri della comunità si guardino attorno e si aiutino l’un l’altro”

dichiara Rickle, che ha parlato verosimilmente a nome di tutte le persone che vivono in quella città – e non solo.

Avere forza nella fede: la storia di Clelia

Quando si ha una forte fede in Dio, assistere ad un’udienza del Papa è un’emozione molto grande. Elena, madre di Clelia – ragazza autistica di dieci anni – racconta di come ogniqualvolta il Pontefice apparisse in televisione, la figlia si smuovesse, mandandogli tanti baci; così Elena, da brava mamma, si convince dell’importanza di un possibile incontro tra Clelia e il pontefice – e la porta in Sala Paolo VI a Roma durante un’omelia.

Quello che succede però in quella sala è di una spontaneità e naturalezza veramente importanti: ad un certo punto dell’evento, Clelia sale sul palco a battere le mani e a ballare, andando a fermarsi proprio d’innanzi a Papa Francesco. Qui il pontefice dissipa qualsiasi commento negativo che si sarebbe potuto creare nei confronti di Clelia, ricordando quanto sia importante anche l’inclusione spirituale: “questa bella ragazza soffre di una malattia*, voi pensate che io non preghi per lei e per quelli nella sua condizione? Questo è il punto, tutti voi dovete pregare per le persone sofferenti che incontrate.”

Nonostante il Papa non sapesse che Clelia non è “malata”, ma è solo autistica (l’autismo infatti è una condizione, un modo di vivere, e non una malattia), il messaggio è sicuramente di rilievo e chiaro per tutti i fedeli cattolici.

“E’ stata un’emozione intensa” racconta emozionata Elena, “dopo la catechesi il Papa ha chiesto di incontrarci in privato per darci la sua benedizione”.

L’inclusione non è utopia

Quelle di Carter e Clelia, sono semplici storie di vita quotidiana ma ci fanno capire come il problema dell’inclusione possa essere superato con efficacia quando si abbattono le barriere legate alla chiusura mentale che appartengono alla nostra società. Ovviamente le parole del pontefice potrebbero sembrare scontate per alcuni – dato che Papa Francesco fa della carità e della comprensione la sua missione di vita – ma a conferma di  quanto l’inclusione migliori la vita di tutti, ci sono gli atteggiamenti di  ragazzi “straordinariamente normali” come Gavin e i suoi amici, che  lanciano

un messaggio di speranza.

Non è facile e nessuno finge che lo sia, ma già cominciare a parlare con una persona con disabilità, non facendo pesare il fardello già particolarmente greve che porta con sé, sarebbe un inizio per un miglioramento graduale delle condizioni di vita in modo concreto, riconoscendo a chi ha una disabilità il fatto di essere prima di tutto una persona.

Così facendo, potremmo vedere le reazioni positive anche dei genitori che non hanno figli disabili: nel vedere la mamma di Gavin Mabes possiamo percepire l’orgoglio di una madre che capisce di aver adempiuto ai suoi doveri educativi in maniera eccellente – e siamo sicuri che anche i genitori degli altri ragazzi saranno fieri dei loro figli.

L’amore può portare ad un sensibile miglioramento della società in cui viviamo: iniziamo a prenderne spunto e, nel nostro piccolo, rendiamo possibile una rivoluzione di mentalità a favore di chi è disabile.

M°Cristian Petenzi

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